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La cappelletta di S. Anna

La cappella di Sant’Anna, posta ai margini dell’abitato di Candia, ha origini antiche e la sua storia è strettamente legata al culto e alle cerimonie religiose un tempo vive nel paese. Essa era posta lungo l’antica strada, che conduceva verso il porto e i guadi del Sesia, leggermente più a valle del punto in cui sorge l’attuale ponte.
Secondo un documento settecentesco, affiorato dall’archivio parrocchiale, un prevosto del tempo, che dice di rifarsi ad un testo più antico ormai consunto, sostiene che nella cappella veniva celebrata la festa di San Bovo, con la benedizione degli animali ed una messa solenne al termine di una processione, a cui partecipavano in folla gli abitanti del paese. Nello stesso luogo era fissata una stazione delle Rogazioni e qui si chiudevano con una grande funzione i festeggiamenti per la festa di  Sant’Anna il 27 luglio. Non stupisce affatto la devozione verso la Santa, protettrice delle partorienti, in un ambiente e in un’epoca in cui il suo intervento doveva essere spesso invocato.
Il suo culto era nato in Oriente, unitamente alla diffusione del Protovangelo di Giacomo e solo più tardi si radicò in Occidente, ove si dovette attendere fino al 1584 perché la festa di Sant’Anna venisse inserita nel calendario liturgico ecclesiastico.
L’interno della cappella campestre si presenta disadorno, quasi in stato di abbandono, se non fosse per qualche fiore avvizzito ed alcuni mozziconi di ceri ormai consunti, che indicano come il luogo non sia stato affatto abbandonato a se stesso. Gli occhi, tuttavia, corrono subito al muro centrale: su di esso appare uno splendido lavoro ad affresco, che raffigura la “Vergine, il Bambino e Sant’Anna” e che nel suo insieme tradisce accenti fortemente vercellesi.
Un’antica deceria, ancora viva fino a qualche decennio fa in paese, voleva che lo stesso pittore (ma quale?), che stava lavorando in San Michele, fosse chiamato ad affrescare anche la cappella campestre.
Se esaminiamo i fatti, però, la vecchia leggenda non pare poi tanto peregrina quanto a prima vista potrebbe sembrare: la costruzione e la dedicazione del piccolo oratorio avrebbero potuto avere luogo dopo il 1584, in omaggio alla recente creazione della festa di Sant’Anna. Nel valutare la situazione, non si può dimenticare che gli affreschi della cappella della “Annunciazione” in San Michele furono terminati da Gerolamo Lanino nel 1589 e quelli della cappella del “Rosario” dal Caccia nel 1593. Perciò, teoricamente, entrambi gli artisti avrebbero potuto essere gli autori della decorazione del piccolo oratorio, avendo entrambi operato in Candia a poca distanza di anni l’uno dall’altro. Esiste, per la verità, una vecchia attribuzione dell’opera al Caccia, fatta da Giovanni Romano nel 1968, che tuttavia ritengo di dover completare per tutta una serie di motivi, che cercherò di precisare.
Dopo il restauro del 1993, le condizioni dell’affresco sono decisamente migliorate e consentono oggi una lettura meno avventurosa che in passato. Detto questo, occorre fare un passo indietro e cercare di ricostruire con la maggior precisione possibile la genesi di una iconografia, che nella sua complessità ci porta piuttosto lontano.
Nel 1565 Bernardino Lanino dipingeva per la Confraternita di Sant’Anna a Vercelli uno stendardo, oggi al museo Borgogna, al centro del quale sedevano la Vergine con il Bambino sulle ginocchia e Sant’Anna con il capo coperto da un pesante velo, sorpresa nell’istante di accogliere tra le braccia il divino bambino. Da questo modello lo stesso autore trasse poi il soggetto per la pala della Confraternita di Sant’Anna di Pezzana, un lavoro di qualità inferiore al primo, forse a causa dell’intervento di altre mani. Le due opere venivano a rielaborare, in chiave vercellese, il motivo creato da Leonardo con il cartone della National Gallery di Londra e con i disegni del Louvre, che sfoceranno nel celeberrimo quadro raffigurante la “Madonna, il Bambino e Sant’Anna” dello stesso museo parigino.
A parte qualche leggera modifica, l’affresco candiese riprende a grandi linee le due precedenti opere laniniane, riproponendo il motivo del Bambino che, in piedi sulle ginocchia della mamma, si sporge verso Sant’Anna per offrirle un frutto. La Madonna presenta un tipo di bellezza muliebre, che Bernardino sviluppò sotto il potente influssi dei modelli leonardeschi, che per il pittore vercellese rappresentarono per un certo periodo un irrinunciabile punto di riferimento. A testimonianza di queste ricerche, ci rimane il celebre cartone n.348 dell’Albertina di Torino, dal quale derivano certamente almeno due opere conosciute dello stesso Lanino: la “Madonna con Bambino e Sant’Anna” di Brera e la “Madonna con Bambino e Santi” già in San Marco a Vecelli e oggi praticamente sparita dalla circolazione.
Mi pare necessario aggiungere, a questo proposito, che non si può a priori escludere che Bernardino Lanino possa aver potuto ammirare di persona la “Madonna con Bambino e Sant’Anna” di Leonardo, oggi al Louvre, dal momento che questo lavoro giunse ad una date imprecisata a Casale Monferrato dalla Francia e vi rimase fino al 1629, quando il Cardinal di Richelieu lo riportò in Francia, per farne dono alcuni anni dopo al re Luigi XIII.
Alla base del motivo candiese con la Vergine, il Bambino e Sant’Anna sta, dunque, un lungo processo si preparazione, al centro del quale si colloca saldamente la bottega di Bernardino Lanino, che fu certamente testimone e gelosa custode di altri cartoni e disegni oggi irrimediabilmente perduti.
Tuttavia i problemi posti dall’affresco candiese non finiscono qui. Esso, nonostante la forte impronta laniniana, mostra caratteristiche stilistiche tali, da poter essere riferite a quelle di un Caccia, che mostra ancora qualche impaccio creativo, alle prese con un modello di derivazione schiettamente laniniana. Non è certo peregrino supporre che egli si sia servito di disegni originali, usciti direttamente dalla bottega vercellese in un momento di collaborazione con Pier Francesco Lanino, figlio di Bernardino, successo al padre nella direzione della fiorente bottega. Questo tipo di collaborazione, del resto, non rappresenterebbe una novità assoluta, visto che stretti rapporti tra i due artisti sono testimoniati dalla realizzazione nel 1596 della pala di Larizata, oggi scomparsa.
Secondo il contratto stretto tra Pier Francesco Lanino e i regolatori dell’Ospedale Maggiore di Vercelli, il pittore avrebbe dovuto fornire il disegno con “La gloriosa Vergine Maria” con il Bambino in braccio e i Santi Francesco e Sevino. Le figure sarebbero state colorate ad olio da Guglielmo Caccia, associato a Pier Francesco.

Giuseppe Castelli


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